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Pubblicazioni e Ricerche

Copertina22/1/2016

Pari opportunità per valorizzare i talenti

I dati del Rapporto statistico del Veneto 2015

Disparità di genere ancora molto forti, solitudine in età avanzata, mercato del lavoro in-flessibile, scarsa presenza nei luoghi decisionali, divario stipendiale

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Pubblicato a fine 2015, il dodicesimo Rapporto Statistico 2015 della Regione Veneto dedica il capitolo 10 alle "Pari opportunità per valorizzare i talenti". Un titolo volutamente in linea con il filo conduttore scelto per le analisi condotte dal Sistema statistico regionale diretto da Maria Teresa Coronella, quello delle "energie", intese come potenzialità delle risorse materiali e immateriali di questa regione.

Il capitolo 10, curato per la parte dell'analisi statistica e la redazione dei testi da Nedda Visentini, esordisce tuttavia ammettendo la lunga strada da fare: "malgrado le numerose espressioni di riconoscimento e i progressi compiuti negli anni, si osserva ancora un persistente svantaggio di genere in molti aspetti delle società contemporanee". Il discorso vale anche per il Veneto, naturalmente. Nei quattro sottocapitoli la ricerca fa il punto su equilibrio di genere, fornisce un ritratto demografico, approfondisce l'osservazione sull'imprenditoria femminile e affronta infine i temi della conciliazione e del potere detenuto dalle donne.

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L'analisi parte dall'Indice di Uguaglianza di Genere (Gei). I dati, elaborati dall'istituto europeo Eige, si riferiscono alle analisi condotte su 27 Stati membri Ue, in sei dimensioni: lavoro (occupazione), denaro, istruzione, tempo libero, potere politico ed economico e salute. Solo per quest'ultima l'Italia si posiziona nella parte alta della classifica con un punteggio superiore a 90 su 100. Negli altri, e in particolare il dominio sul potere, il divario con gli altri paesi è molto peggiorativo (18,6 rispetto alla media Ue pari a 38 su scala 100).

La società veneta riflette molte delle caratteristiche ascrivibili all'Italia. A partire dal quadro demografico, che vede aumentare l'età delle donne che diventano madri, a 31,7 anni rispetto ad una media europea di 30,1 e con una denatalità che vede oggi 1,42 figli per donna rispetto a 1,58 Ue. Denatalità che sembra allargarsi anche alle straniere (il 10,6% della popolazione femminile veneta), fin qui le più prolifiche e passate da 3,09 del 2002 a 2,14 figli di oggi.

La scelta di una maternità ritardata è causata anche dalla forte precarizzazione nel mercato del lavoro. Le donne venete hanno un tasso di occupazione pari al 54,5% contro il 73% degli uomini, meglio che in Italia (46,8), peggio che in Europa (58,8), benché si sia accorciato notevolmente il divario che nel 1993 era al 31% e nel 2014 si è accorciato al 18,4%, effetto di una crisi che ha espulso molti uomini.

Eppure, come più volte osservato, hanno superato i maschi nell'istruzione: le giovani di 20-24 anni risultano più istruite in rapporto di 84,6% contro il 76,8%. Il sorpasso è avvenuto con le generazioni che oggi hanno tra i 40 e i 50 anni. Siamo comunque lontani dall'obiettivo europeo del 40% di laureati tra i 30 e i 34 anni, sebbene le donne venete siano più vicine, al 21,7% rispetto al 16,6%. Per l'Italia il dato è del 27,2 contro il 17,7 per cento e per l'Ue, una media già raggiunta con il 41,2 contro il 32,7 per cento.

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Le due dimensioni insieme, occupazione e istruzione, portano ad osservare che cosa succede alle laureate nel mercato del lavoro, dove una donna guadagna di media 1.400 euro contro i 1.750 di un uomo a parità di titolo. Posto poi che le laureate lavorano nel 76% dei casi contro l'84 dei laureati (e per il 64% le diplomate contro il 79%), il trattamento retributivo in Veneto oppone ancora un consistente divario di genere, al 16,4%, con uno stipendio medio femminile pari a 1.200 euro al mese e 140 euro in meno rispetto al collega. Un divario che si amplifica con l'età: dopo i 40 anni gli uomini guadagnano di media 159 euro in più e dopo i 60 si arriva ad una differenza di 237 euro.

E si capisce in parte perché. Ne è causa il tetto di cristallo o segregazione orizzontale e verticale femminile, con cui si osserva la concentrazione delle donne nelle professioni meno redditizie e "prestigiose" e con minore accesso ai vertici aziendali. Le cariche dirigenziali femminili sono il 31%, tra i quadri salgono al 39% e si assiste al crollo verso il 3,1% quando si parli di libera professione. Fa il paio con questi dati la diffusione tra le donne dei contratti atipici e part time, di norma determinati dalla esigenza di conciliare impegni lavorativi e professionali, dimostrando come la flessibilità richiesta dal mondo del lavoro ha per contraltare esigenze di tutta inflessibilità.

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Quello della conciliazione è in effetti tema scottante: il peso del lavoro domestico grava sulle spalle della donna veneta nel rapporto di 4,46 ore settimanali contro 1,46, un'asimmetria ancora più evidente confrontando le coppie in cui lavora solo l'uomo - in questo caso la donna svolge l'80% del lavoro familiare - e quello in cui lavorano entrambi, dove la donna si carica ancora il 66 per cento del lavoro in casa, ma passa al 72 per cento in presenza di figli. Dunque in famiglia la tradizione impera, mentre le istanze di emancipazione e liberazione stanno fuori. Gli strumenti dei congedi parentali sono ancora patrimonio femminile (il 17% delle donne li usa contro il 4,5% dei lavoratori). Ecco spiegato il ricorso al lavoro in orario ridotto da parte delle donne: nel Veneto al 34,2% contro il 31,9% del dato nazionale, mentre per i veneti si attesta al 5,7%, il più basso tra le regioni.

Quale peso della governance in materia di conciliazione? L'Italia ha un basso indice di copertura dei servizi per famiglie, pari al 2% del PIL, contro una media Ocse di quasi il 3%. In particolare per la prima infanzia, l'accesso copre solo il 13% del fabbisogno. Se la cava un po' meglio il Veneto, garantendo il 18,6% dei bimbi nella fascia 0-3 anni. Una copertura tuttavia ben lontana dagli obiettivi fissati nientemeno che nel 2002 al Summit di Barcellona al 33%.

Infine la politica. Fortissimo lo squilibrio per l'Italia, che solo negli ultimi due anni ha fatto qualche passo avanti con una percentuale femminile nel Parlamento e nel Governo pari al 27%. Male per quanto riguarda le regioni e il Veneto in particolare, che vede un Consiglio con 2 sole donne su 60 membri! D'altronde i livelli maggiori sono ancora appannaggio maschile: presidenti regionali donne sono solo due su venti, il Friuli Venezia Giulia e l'Umbria. Vero è che la legislazione che si è succeduta per il riequilibrio della rappresentanza di genere negli organi di governo locale ha fatto fare passi in avanti. Nel 1985 le amministratrici locali comunali e provinciali in Veneto non andavano oltre il 7% e al 2014 arriva al 29%. Ancora poche le sindache in questa regione, oggi al 18,5% con 106 donne prime cittadine, ma nessuna di queste guida un comune oltre i 60 mila abitanti.

Risorsa
Per scaricare il Rapporto con relativo corredo grafico statistico, visita il sito


Da: Ufficio pari opportunità Città metropolitana di Venezia




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